Terapie stupefacenti

By: Bernardo Parrella

5-MeO-DMT Chronic Stress ibogaina

Comments: 0

Indagare le potenzialità terapeutiche degli psichedelici con la conseguente necessità di sradicare gli attuali paletti proibizioniste: ecco le priorità per far maturare l’attuale Rinascimento Psichedelico. L’ennesima conferma arriva ora da un gruppo di scienziati e ricercatori inglesi, che in un rapporto curato dall’Adam Smith Institute e dal centro di psicofarmacologia all’Università di Manchester, chiedono l’azzeramento delle restrizioni legali in particolare sulla psilocibina, viste le promesse dei test clinici nel trattamento di depressione acuta, dipendenze e altri problemi mentali sempre più diffusi ma difficili da curare.

Richieste che trovano il pieno appoggio di molti  medici oltreoceano, dove l’ultima ricerca riguarda un gruppo di ex componenti delle Special Operations Forces (Sof) affetti dal disturbo post traumatico da stress (Dpts). Come dettaglia una ricerca appena pubblicata sulla rivista specializzata Chronic Stress, 51 di questi reduci hanno ricevuto, tra il 2017 e il 2019, trattamenti con ibogaina e 5-Methoxy-N,N-Dimethyltryptamine (5-MeO-DMT) in una clinica messicana, viste le enormi barriere legali e burocratiche esistenti negli Stati Uniti.

Il test durava appena tre giorni a testa, e ciascun volontario ha assunto da tre a cinque dosi di 5-MeO-DMT e una di ibogaina. I risultati hanno rivelato la netta riduzione dei sintomi associati con il Dpts, la depressione, l’ansia e le tendenze suicide – come confermato dagli stessi soggetti in un sondaggio retrospettivo. Anzi, i loro sintomi cognitivi post-trattamento non corrispondevano più alla precedente diagnosi clinica e in grande maggioranza (80%) si sono detti “molto (28%) o completamente (53%) soddisfatti del programma terapeutico.”

Un successo forse ancor più significativo di quelli raggiunti dalla psicoterapia coadiuvata dall’Mdma per i reduci di guerra, portati avanti da tempo dalla nota Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies). Come spiega Alan K. Davis, coordinatore dello studio: «Pur se gli ex militari del Sof mostrano sintomi di Dpts paragonabili a quelli dei reduci dal Vietnam, costoro sono più riluttanti a uscire allo scoperto per cercare cure adeguate. I crescenti timori per la crisi di salute mentale e l’allarmante aumento dei suicidi tra queste unità speciali sottolinea la scarsità di cure efficaci per tale specifica fascia di popolazione».

A dire il vero queste potenzialità interessano un ventaglio sempre più ampio di cittadini. Per fare un solo esempio, il primo studio pilota ufficiale risale al 2010, quando la coppia di terapisti Michael e Annie Mithoefer pubblicarono i risultati di un test condotto nell’Università Medica del South Carolina. Le sedute psicoterapeutiche avevano coinvolto 20 donne che soffrivano di Dpts dopo aver subito attacchi sessuali, e per le quali i comuni trattamenti si erano rivelati inutili. E oggi, ribadisce ancora il Prof. Mithoefer, solo in Usa ogni anno almeno tre milioni di persone vengono diagnosticate con il Dpts.

Attenzione però: il percorso più complessivo della “medicina psichedelica” richiede un approccio articolato e sfumato. Scenario da chiarire ovunque e comunque, su cui è impegnata  l’intera comunità internazionale. Dall’approccio etico del progetto NorthStar, all’intervento di Rosalind Watts, del team clinico sugli psichedelici presso l’Imperial College londinese: “non focalizziamoci soltanto sulla faccia luccicante della medaglia, pubblicando e discutendo i risultati migliori. Dobbiamo riconoscere le sfide e le problematiche inerenti alla fornitura di terapie psichedeliche, dobbiamo accettarle, navigarle e affrontarle”.

Arriva dunque puntuale una panoramica a tutto campo sul sito web della Society for Cultural Anthropology che propone attente riflessioni al riguardo (caldamente consigliate). Dove fra l’altro si spiega di evitare l’idea di una presunta “bacchetta magica” (magic bullet) offerta da queste nuove medicine – a ruota di quello che viene definito, non senza tutti i torti, l’effetto Pollan. Citando una recente puntualizzazione di Albert Garcia-Romeu, ricercatore presso la Johns Hopkins Behavioral Pharmacology Research Unit:

«Da parte mia, penso si tratti sicuramente di un grosso problema, e credo che a breve termine non farà che aumentare. Infatti ho intitolato così la mia prossima relazione per la American Psychological Association, tutto in maiuscolo: PSYCHEDELICS ARE NOT A MAGIC BULLET. . . . questa mitologia per cui con gli psichedelici si può fare un veloce trip in qualche posto lontano (tipo Disneyland) e tornare curati/trasformati come per magia, quando invece la realtà è assai più complessa.»

Questo articolo fa parte della rubrica settimanale Psichedelia Oggi.

————-

Bernardo Parrella Bernardo Parrella è giornalista freelance, traduttore e attivista, da tempo residente in Usa e coinvolto in svariati progetti italiani e internazionali. Ha curato l’ebook Rinascimento Psichedelico. La riscoperta degli allucinogeni dalle neuroscienze alla Silicon Valley (2018). @berny

Spread the love

Se ti è piaciuto l'articolo, condividilo sui tuoi social