By: admindunp

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Da 25 anni negli USA, la patria della “guerra alla droga”, si stanno conquistando le più significative riforme relativamente al “controllo” degli stupefacenti. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di modifiche legislative conquistate grazie alla mobilitazione popolare. 

Se dal 1996 è stata la cannabis terapeutica in particolare a vincere a mani basse, negli ultimi 10 anni la recreational marijuana ha convinto maggioranze di elettori in un numero crescente di stati. Coi risultati del 3 novembre 2020 siamo a 15 stati, più la capitale Washington, che hanno regolamentato la produzione, il consumo e il commercio della pianta proibita.

I Paesi

New Jersey, Arizona, Montana e South Dakota hanno votato a maggioranza per legalizzare la marijuana per i maggiorenni. Il Mississippi si unisce ai 33 stati che ne consentono l’uso terapeutico. L’Oregon è andato oltre depenalizzando l’uso e possesso personale di tutti gli stupefacenti proibiti.

Per un lettore italiano più attento, o attempato, il referendum dell’Oregon ricorderà quello del Coordinamento Radicale Antiproibizionista che nel 1993 per la prima volta nella storia delle Nazioni unite, consenti la depenalizzazione delle droghe per via popolare in Italia.

Se il 34,8% dei nostri detenuti è in carcere per violazioni della legge sugli stupefacenti – la media europea è del 18% quella mondiale del 20% – nessun paese batte gli Stati uniti, escludere il carcere per consumo personale potrebbe essere l’inizio di una nuova era. 

Secondo la Drug Policy Alliance, negli USA ogni 23 secondi una persona viene arrestata per motivi di droga, si tratta prevalentemente di afro-americani, latinos, nativi e persone con basso reddito. Un avvio di depenalizzazioni eviterebbe violazioni di diritti umani – le carceri d’Oltreoceano sono tristemente famose per la violenza che le caratterizza – e fornire spunti per riforme dell’amministrazione della giustizia che languono da anni. 

Le sostanze psichedeliche

C’è un’altra novità in questi referendum 2020, quella degli psichedelici. Il cambiamento era iniziato a livello cittadino a Denver nel maggio 2019 con la depenalizzazione di quelle sostanze, nel giro di un anno Oakland e Santa Cruz in California si son accodate. Non siamo di fronte a una valanga come per la cannabis, ma la nuova tendenza riformatrice è ampliare le modifiche legislative a tutte le sostanze illecite a partire da quelle che notoriamente non danno dipendenza come gli psichedelici. 

A fronte di questi sviluppi riformatori la Food and Drug Administration non ha approvato alcuna domanda di commercializzazione per la cannabis per il trattamento di malattie o condizioni. L’agenzia ha però approvato un prodotto farmaceutico derivato dalla cannabis: Epidiolex (cannabidiolo) – lo stesso al centro di un decreto del Ministro Speranza successivamente sospeso – e tre prodotti farmaceutici sintetici correlati alla cannabis: Marinol (dronabinol), Syndros (dronabinol) e Cesamet (nabilone). Questi prodotti farmaceutici approvati sono disponibili solo ed esclusivamente con una prescrizione di un operatore sanitario autorizzato. Nei 34 Stati che consentono la medical marijuana è possibile ottenere preparazioni galeniche con la cannabis.

La strategia che ha portato alla legalizzazione ha seguito vie non politiche tradizionali ma alla lunga ha dimostrato di essere efficace: sono stati raccolti (molti) soldi, coinvolte schiere di giuristi per definire, spesso creativamente, i quesiti, lanciate massicce campagne di informazioni on e off line (e nei campus), promossi eventi e piccole reti di attivisti a livello locale per far crescere la consapevolezza dell’importanza delle riforme. 

Storicamente i “riformatori” erano i libertarian, mai troppo ben organizzati e comunque non usi a collaborare con altri, e miliardari come George Soros o Peter Lewis, col passare del tempo la base di militanti e le disponibilità economiche si sono ampliate coinvolgendo chi è colpito dalla “guerra alla droga” – donne, persone di colore e immigrati – e imprenditori della cannabis. 

Dati alla mano si stanno avverando le previsioni di Marco Pannella che dalla fine degli anni Sessanta, oltre a denunciare il carattere liberticida e criminogeno del proibizionismo proponeva legalizzazione per tutte le sostanze per consentire decisioni informate e aiutare chi ha un rapporto problematico coi propri consumi, sottraendo il commercio delle droghe dalle mani della criminalità organizzata aggredendo anche la corruzione politica.

Né Trump né Biden possono vantare attenzione al tema delle droghe che non sia il solito approccio conservatore della politica tradizionale, né il Congresso abbia mai dato segni di interesse a riformare la questione a livello federale, negli USA è possibile attivare strumenti di democrazia diretta. Là dove non arrivano i legislatori, o le Corti, può ancora arrivare il “popolo” – non è una misera soddisfazione ma un’evidenza contro l’inerzia della politica. 

A dirla tutta queste possibilità esistono anche in Italia ma…

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