By: Guido Long

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Di Marco Perduca

La 63esima sessione della Commissione droghe (CND) delle Nazioni unite passerà alla storia solo ed esclusivamente perché ha deciso di rinviare la decisione di ritenere la cannabis meno pericolosa di quanto non lo fosse nel 1961 e passibile di usi medici. Pare impossibile che dopo così tanto tempo si debba ancora discutere di certe cose ma tant’è.

Per una settimana, quasi 1.500 partecipanti da oltre 130 paesi, 17 organizzazioni intergovernative, oltre 370 rappresentanti della società civile e membri della comunità scientifica hanno preso parte a riunioni formali e circa 100 eventi collaterali. Se i dibattiti in plenaria si sono sviluppati per inerzia e senza nessuna novità degna di nota, l’atmosfera che circonda le sessioni formali è cambiata. E non necessariamente per il meglio.

La riunione era stata aperta dalla pubblicazione del rapporto annuale della Giunta internazionale sugli stupefacenti (INCB) che, come da prassi, passa in rassegna le applicazioni delle tre Convenzioni delle Nazioni unite in materia di droghe. Se i toni di ammonimento nei confronti degli stati che hanno avviato una revisione parziale delle proprie leggi e politica non sono più quelli di una volta, la preoccupazione per l’aumento della legalizzazione della cannabis ha occupato una parte significativa del rapporto. Allo stesso tempo c’è un’implicita ammissione delle difficoltà incontrate in tutti questi anni nel far vivere la pars construens delle Convenzioni, quella che doveva consentire il massimo accesso alle piante sotto controllo internazionale per fini medico-scientifici. 

La 63esima sessione della CND marcava anche l’esordio di Ghada Waly, l’ex ministra egiziana che da qualche mese è il direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC). Nella sua nuova vesta la Waly ha sollecitato i paesi a potenziare il sostegno a risposte equilibrate al problema mondiale della droga. Un avvio in linea con le dinamiche della stragrande maggioranza degli Stati membri dell’Onu relativamente alla penalizzazione dell’uso personale, ma anche un appello a coordinare gli sforzi di collaborazione nella lotta a un fenomeno che non accenna a diminuire, anzi.

Nel suo intervento di chiusura la direttrice ha affermato che “Nel 75° anno dell’ONU e all’inizio del decennio di azione per gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, dobbiamo fare tutto il possibile per aumentare il nostro sostegno, soprattutto ai paesi in via di sviluppo, per affrontare le sfide globali in materia di droga e non lasciare indietro nessuno”.

Le cinque risoluzioni adottate alla fine riguardano i partenariati con il settore privato; il miglioramento della raccolta e l’analisi dei dati per “rafforzare le risposte basate sulle evidenze”; il coinvolgimento dei giovani negli sforzi di prevenzione della droga; assicurare l’accesso e la disponibilità di sostanze controllate a livello internazionale per scopi medici e scientifici, nonché promuovere approcci di sviluppo alternativi alla coltivazione illegale delle colture. Infine la Commissione ha posto 13 nuove sostanze sotto controllo internazionale. 

Fin qui la cronaca. Come indicato dai titoli delle risoluzioni tematiche adottate al termine della settimana ci sono poche novità, anzi si tratta sempre delle stesse questioni. Alcune, come il coinvolgimento dei giovani, patetiche se non parrocchiali. Ma, anche se non condivisibile, è comprensibile che si insista su alcuni temi nella logica dell’interpretazione maggioritaria della lotta alla droga. Veder riproporre la necessità di far vivere le Convenzioni per il motivo per cui ufficialmente furono redatte – favorire l’uso medico-scientifico delle piante e sostanze nelle tabelle – come uno degli impegni settoriali assunti dalla CND conferma il plateale fallimento del “controllo mondiale delle droghe”.

Il proibizionismo, cioè la decisione presa quasi all’unanimità in una fase sempre più bellicosa della Guerra Fredda di interpretare la Convenzione unica del 1961 in maniera non solo restrittiva ma anche molto punitiva relativamente agli usi non scientifici o medici delle piante contenute nelle varie tabelle, ha pienamente raggiunto il suo obiettivo: occorreva rafforzare le misure di controllo sociale a livello nazionale in una fase storica di possibile ritorno di conflitto mondiale specie nei confronti di quelle fasce della società che si opponevano ai governi, i giovani, e che tra i propri comportamenti includevano anche l’uso delle sostanze controllate.

Proibire, e punire, ha creato le condizioni per cui si è reso necessario rafforzare i controlli di determinati gruppi di persone a livello nazionale e internazionale; si è sviluppato il profilamento di comportamenti associandoli aprioristicamente a minoranze; si è aggiunto valore a prodotti che intrinsecamente non ne avevano; si sono stigmatizzate scelte individuali senza ripercussioni socio-sanitarie e usi problematici individuali di determinate sostanze; si sono create monete parallele per finanziare operazioni illegali ma ritenute strategiche da governi (anche democratici); si sono criminalizzati tradizioni e culti millenari; si sono mortificate culture secolari; si sono artatamente forniti motivi di ricatto personale per chi non si atteneva all’interpretazione prevalente delle convenzioni e dei corretti comportamenti derivanti e si è bloccata la ricerca scientifica per fini terapeutici.

L’armamentario proibizionista ha concorso a rafforzare misure da stato di polizia, specie nei paesi democratici dove sarebbe incostituzionale. L’uso del diritto penale per “controllare” le droghe ha colpito duramente la ricerca intimidendola, creando meccanismi di controllo poliziesco e burocratico relativamente all’approvvigionamento delle materie, sconsigliando la pubblicazione di studi che non concorressero a consolidare il messaggio di “pericolosità” delle droghe e, in ultima analisi, annullando possibili impieghi terapeutici di piante che per secoli son state utilizzate nel tentativo di alleviare pene e curare vari tipi di condizioni. A niente è valso che l’Organizzazione mondiale della sanità abbia stilato una lista di medicine essenziali (che include la morfina che si produce col papavero che è pianta “tabellata”). Piuttosto che garantire l’accesso a queste terapie utilizzando tutta la produzione mondiale di oppio per fini terapeutici, la si distrugge per evitare che venga dirottata verso il mercato nero dell’eroina.

Se il proibizionismo non è un crimine in sé, è stato sicuramente il peggior nemico dello spirito delle tre Convenzioni adottate per fornire sostegno medico-scientifico all’umanità. In attesa che a dicembre la Commissione sulle droghe si riconvochi per votare sulla raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità circa la cannabis occorre iniziare a documentare come, a partire dalla sistematica violazione del diritto alla scienza, il 60esimo anniversario della Convenzione singola sulle droghe venga colto per una valutazione di quanto (non) sia accaduto relativamente, almeno, all’accesso all’uso medico e scientifico delle piante sotto controllo internazionale. 

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