By: Guido Long

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Di Marco Perduca

Gli attacchi pandemici portano con sé malattie fisiche per molti e traumi per tutti. L’epidemia di SARS del 2003 aveva portato a impressionanti aumenti della depressione e del disturbo post traumatico da stress (DPTS) tanto tra chi era in quarantena quanto tra chi viveva in zone affette e moltissimi caregiver. 

Quale sarà lo scenario dell’impatto sulla salute mentale della pandemia di coronavirus? In un suo post per l’Associazione Luca Coscioni il professor Fabrizio Starace ricordava che “ci troviamo nella problematica situazione di ‘inseguire il virus’ e l’impatto che produce sulla salute fisica e mentale della popolazione generale e di alcuni gruppi particolarmente esposti. Ma se la grande tragedia collettiva, le migliaia di morti, le decine di migliaia di contagi, hanno determinato un impegno senza precedenti del servizio sanitario nazionale non altrettanto si può dire della capacità di lettura, delle azioni di coordinamento e di concreto intervento per la salute mentale ed il sostegno psicosociale”. Se quindi non eravamo pronti alla pandemia ma col tempo ci siamo organizzati per il “primo soccorso”, l’attenzione alla salute mentale resta un argomento per chiacchiere tra esperti.

Sempre Starace faceva notare che in una delle ultime conferenze stampa, sollecitato sulla salute mentale, il capo della Protezione Civile aveva fatto riferimento al volontariato e alle associazioni che collaborano con loro senza cenno alcuno alla rete dei Dipartimenti di Salute Mentale, ai Consultori, ai Servizi di Psicologia Clinica presenti sul territorio. 

Per prepararsi ad affrontare l’inevitabile picco di disturbi mentali che ci invaderà nelle prossime settimane, dobbiamo iniziare a rendere il problema visibile e, come per molti altri aspetti collegati all’attuale crisi sanitaria, ricorrere a ricerche o esperienze che altrove stanno dando risultati incoraggianti per quanto riguarda le terapie possibili in questo campo.

Nel 2017 l’Associazione Luca Coscioni ha pubblicato gli atti della conferenza “Terapie Stupefacenti”, la prima mai organizzata in Italia sull’uso di varie sostanze sotto controllo internazionale per presentare le più promettenti ricerche e sperimentazioni cliniche in corso – principalmente negli USA, Gran Bretagna, Israele e Spagna – nel tentativo di promuovere attività simili anche nel nostro paese. Altri momenti di approfondimento sono stati organizzati successivamente alle Nazioni unite di Vienna durante le sessioni della Commissione Droghe e all’Università di Milano per continuare a condividere aggiornamenti relativi a quanto continua ad accadere nel mondo grazie all’impegno di alcuni attori non governativi che stanno accelerando l’approvazione di nuovi farmaci che potrebbero esser impiegati per affrontare la depressione e il disturbo da stress post-traumatico (DSPT) – studi che di questi tempi si stanno anche concentrando sull’impatto del lockdown dovuto al coronavirus. Molti di questi studi includono i composti psichedelici MDMA e psilocibina (il principio attivo dei funghi normalmente chiamati “allucinogeni”).

Vent’anni di studi per la psilocibina e 10 anni per l’MDMA portati avanti dall’associazione statunitense MAPS mostrano che in effetti queste sostanze superano in efficacia i farmaci attualmente approvati per la depressione e il DPTS.

Un recente studio clinico su veterani, vigili del fuoco e agenti di polizia con DPTS ha scoperto che dopo due dosi di MDMA i sintomi si riducono significativamente e che l’effetto si è confermato fino alla fine dello studio che è durato un anno. Secondo uno studio del 2020 del Journal of Psychopharmacology, una singola dose di psilocibina può migliorare significativamente i sintomi della depressione, e questo beneficio dura più anni.

Insomma, là dove continua, la ricerca continua a dimostrarci che l’impiego di queste sostanze sotto controllo medico e all’interno di piani psico-terapeutici conferma le buone intenzioni della Comunità Internazionale che le raccolse nella Convenzione nel 1961 per promuoverne l’uso medico-scientifico. Buone intenzioni durate giusto un paio d’anni e cadute vittima di proibizioni e punizioni in tutte le salse. Niente di meglio che uno shock pandemico per rimettere in marcia quelle terapie stupefacenti che da secoli accompagnano l’esperienza umana. 

Mentre occorre garantire tutti i dispositivi e le dotazioni alle persone che sono in prima fila a combattere il virus e finanziare la ricerca per trovare un vaccino, non dobbiamo dimenticarci che tutti, a partire proprio da chi si prodiga per aiutare, abbiamo bisogno di rimanere “sani di mente”.

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