In poche settimane il COVID-19 ha drasticamente rimodellato il nostro modo di vivere e ha portato alla luce i molti limiti del modo in cui le società detengono e incarcerano le persone.
Con il distanziamento sociale nelle prigioni praticamente impossibile, le carceri sono giustamente diventate un tema di discussione centrale. Sovraffollate e senza igiene di base, sono inadeguate a proteggere la salute dei detenuti e dello staff, e sono quindi serbatoi per la diffusione di malattie trasmissibili come il COVID-19. Anche gli approcci ad altri ambienti detentivi, come quelli giovanili o di immigrazione, sono sotto osservazione.
Ma c’è un ambiente detentivo che è stato virtualmente assente dai media e dai discorsi politici, nonostante le condizioni detentive siano, in alcuni casi, anche peggiori che in prigione – i centri di detenzione e riabilitazione per droga.
I centri di detenzione per droga operano ovunque nel mondo
Le informazioni sui centri di detenzione per droga sono inquietantemente scarse. Si stima ci siano oltre 450,000 persone detenute in centri di cura per la droga gestiti dai governi solo in Asia – si tratta di quasi mezzo milione di persone in un solo continente, su cui abbiamo pochi dati. E questa cifra non include i centri di cura e riabilitazione per droga privati che operano in giro per il mondo, in aggiunta o al posto dei centri pubblici.
La maggior parte delle persone in questi centri di detenzione e riabilitazione per le droghe ci sono finite involontariamente. Alcuni sono stati obbligati a essere “riabilitati” dopo una condanna per uso o possesso di droga, mentre altri sono stati detenuti in seguito a un test antidroga obbligatorio o dopo essere stati denunciati alle autorità dai familiari.
Ciò che molti di questi centri hanno in comune sono le terribili condizioni di detenzione che includono sovraffollamento, mancanza di igiene di base, e cibo inadeguato, come riportato precedentemente da TalkingDrugs. I centri fanno affidamento su forme di trattamento eccessivamente violente e non basate sulle evidenze, che spesso sono maltrattamenti. I centri operano senza supervisione medica, e senza considerare il consenso informato o la privacy. Le agenzie ONU si sono ripetutamente espresse per la chiusura di questi centri, anche in una dichiarazione congiunta del 2012 da parte di dodici agenzie, ma questi appelli sono rimasti inascoltati.
Cercando di rispondere alla pandemia, le autorità in giro per il mondo stanno adottando pragmatiche soluzioni di rilascio anticipato, o altre politiche che cercano di ridurre il numero di persone in carcere. Anche se gli standard internazionali richiedono da tempo che i detenuti vivano in condizioni umane, è solo nel contesto del COVID-19 che molti governi hanno dato una reale considerazione alle implicazioni per la salute pubblica di carceri densamente popolate e il fallimento quasi universale nel soddisfare gli standard internazionali.
Ma la conversazione non può finire con le carceri. Dobbiamo spingere i governi a mettere in atto misure simili per il rilascio di persone che si trovano involontariamente nei centri di detenzione e riabilitazione per droga – strutture sovraffollate che non sono equipaggiate per proteggere adeguatamente la salute e la sicurezza delle persone che vi si trovano.
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