By: Guido Long

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Topi anziani trattati con THC sono migliorati nei test di apprendimento e memoria

Immaginate lo stereotipo del fumatore di cannabis: giovane, stordito e confuso. La marijuana è nota da tempo per i suoi effetti psicoattivi, che possono includere danni cognitivi. Ma una ricerca pubblicata su Nature Medicine suggerisce che il farmaco potrebbe influenzare i consumatori più anziani in modo molto diverso rispetto ai giovani, almeno nei topi. Invece di compromettere l’apprendimento e la memoria, come avviene nei giovani, il farmaco sembra invertire il declino delle prestazioni cognitive legato all’età dei topi anziani.

Ricercatori guidati da Andreas Zimmer dell’Università di Bonn in Germania hanno somministrato basse dosi di delta-9-tetraidrocannabinolo, o THC, il principale ingrediente attivo della marijuana, a topi giovani, maturi e anziani. Come ci si aspettava, i topi giovani trattati con THC vedevano la loro performance in test comportamentali di memoria e apprendimento peggiorare. Per esempio, dopo aver ricevuto THC, i topi giovani impiegavano più tempo ad imparare dove una piattaforma sicura era nascosta in un labirinto, e avevano più difficoltà a riconoscere un altro topo a cui non erano mai stati esposti. Senza la droga, i topi maturi e anziani riuscivano meno bene nei test rispetto agli esemplari giovani. Ma dopo che agli anziani veniva somministrato THC, le loro performance miglioravano al punto da assomigliare a quelle dei giovani topi non trattati. “Gli effetti erano molto robusti, molto profondi,” ha detto Zimmer.

Altri esperti hanno elogiato lo studio ma messo in guardia sull’estrapolazione dei risultati applicati agli umani. “Questo set di esperimenti ben pianificato mostra come il trattamento con THC sembra ristabilire un livello significativo di capacità cognitiva nei topi più anziani, corroborando l’effetto opposto nei topi giovani,” ha scritto Susan Weiss, direttore della Division of Extramural Research del National Institute on Drug Abuse, che non era coinvolta nello studio, in un’e-mail. Ciononostante, ha aggiunto, “mentre è allettante presumere la rilevanza di questi risultati si applichi anche agli umani… ulteriore ricerca sarà criticamente necessaria.”

Quando i ricercatori hanno esaminato il cervello dei topi anziani trattati per trovare una spiegazione, hanno notato che i neuroni nell’ippocampo – un’area del cervello critica per l’apprendimento e la memoria – avevano fatto germogliare più spine sinaptiche, i punti di contatto per la comunicazione tra i neuroni. Ancora più sorprendente è il fatto che il modello di espressione genica nell’ippocampo dei topi anziani trattati con THC era radicalmente diverso da quello dei topi anziani non trattati. “Questo è un qualcosa che non ci aspettavamo assolutamente: i vecchi animali [che hanno ricevuto] il THC sembravano molto simili ai giovani topi del gruppo di controllo non trattati”, afferma Zimmer.

I risultati aumentano l’intrigante possibilità che il THC e altri “cannabinoidi” possano agire come molecole anti-invecchiamento nel cervello. I cannabinoidi includono dozzine di composti biologicamente attivi presenti nella pianta di Cannabis sativa. Il THC, il tipo più studiato, è in gran parte responsabile degli effetti psicoattivi della marijuana. I composti vegetali imitano le molecole simili alla marijuana del nostro cervello, chiamate cannabinoidi endogeni, che attivano recettori specifici nel cervello in grado di modulare l’attività neurale. “Sappiamo che il sistema endogeno dei cannabinoidi è molto dinamico; subisce cambiamenti nel corso della vita”, afferma Ryan McLaughlin, un ricercatore che studia cannabis e stress alla Washington State University e non era coinvolto in questo lavoro. La ricerca ha dimostrato che il sistema dei cannabinoidi si sviluppa gradualmente durante l’infanzia, “e poi esplode nell’adolescenza: si nota una maggiore attività dei suoi enzimi e recettori”, afferma McLaughlin. “Poi, mentre invecchiamo, è in costante calo.”

Quel declino del sistema endogeno dei cannabinoidi con l’età si adatta al precedente lavoro di Zimmer e altri, dimostrando che le molecole associate ai cannabinoidi diventano più scarse nel cervello degli animali anziani. “L’idea è che con l’invecchiamento degli animali, simile a quello dell’uomo, l’attività del sistema endogeno di cannabinoidi diminuisce, e questo coincide con i segni dell’invecchiamento nel cervello”, afferma Zimmer. “Quindi abbiamo pensato, e se stimolassimo il sistema fornendo cannabinoidi [prodotti esternamente]?”

Questa idea non sembra così stravagante, considerando il ruolo dei cannabinoidi nel mantenere l’equilibrio naturale del corpo, afferma Mark Ware, ricercatore clinico della McGill University, che non faceva parte dello studio. “Per chiunque studi il sistema endocannabinoide, i risultati non sono necessariamente sorprendenti, poiché il sistema ha proprietà omeostatiche ovunque guardiamo”, il che significa che i suoi effetti possono variare a seconda della situazione. Ad esempio, un po’ di marijuana può alleviare l’ansia, ma troppa può provocare deliri paranoici. Allo stesso modo, la cannabis può stimolare l’appetito nei malati di cancro, ma in altre persone può provocare nausea. Pertanto, gli effetti dannosi osservati nei cervelli giovani, in cui i cannabinoidi sono già abbondanti, possono rivelarsi utili nei cervelli più anziani che ne hanno carenza.

Questi prodotti chimici funzionano anche per mantenere l’ordine a livello cellulare, afferma McLaughlin. “Sappiamo che la funzione principale del sistema endogeno di cannabinoidi è quella di cercare di preservare l’omeostasi all’interno di un determinato circuito cerebrale. Funziona come un regolatore interno; quando c’è troppa attività [neuronale], i cannabinoidi sopprimono l’attività per prevenire la neurotossicità”. Ripristinare tale protezione potrebbe aiutare a salvaguardare il cervello dallo stress cellulare che contribuisce all’invecchiamento. “Un aspetto critico di questo studio è che hanno usato basse dosi”, afferma Ware, considerando che dosi diverse potrebbero avere effetti completamente diversi. “Sarebbe difficile, se non impossibile, tradurre la dose che hanno usato nei topi in un equivalente umano, ma è chiaro che non stiamo parlando di enormi quantità. Non sappiamo cosa accadrebbe con dosi più elevate”.

Gli scienziati non sanno esattamente in che modo la marijuana influisca sugli adulti più anziani, in parte perché si sono concentrati esclusivamente sui giovani, che si ritiene siano maggiormente a rischio. “A causa delle preoccupazioni per la salute pubblica, la ricerca si è concentrata molto sugli effetti della marijuana nell’adolescenza”, afferma Ware. Ma sebbene i giovani costituiscano il più grande gruppo di consumatori di cannabis, il loro tasso di utilizzo è rimasto relativamente stabile nell’ultimo decennio, anche se la sostanza è diventata sempre più disponibile. Nel frattempo l’uso tra gli anziani è salito alle stelle mentre lo stigma della droga è svanito. Uno studio ha dimostrato che tra le persone di età compresa tra 50 e 64 anni, il consumo di marijuana è aumentato di quasi il 60% tra il 2006 e il 2013. E tra gli adulti di età superiore ai 65 anni, l’uso della droga è aumentato del 250%.

I ricercatori non suggeriscono che gli anziani dovrebbero affrettarsi ad iniziare a usare la marijuana. “Non voglio incoraggiare nessuno a usare la cannabis in qualsiasi forma basata su questo studio”, afferma Zimmer.

Gli adulti più anziani alla ricerca di cannabis terapeutica per alleviare il dolore cronico e altri disturbi sono preoccupati per i suoi effetti collaterali, dice Ware: “vogliono sapere: questo provoca danni al mio cervello? Mi comprometterà la memoria? Se questi dati reggono nell’uomo, è probabile che [il THC] non abbia un impatto negativo se si utilizza la dose giusta. Ora la sfida è rivolta ai ricercatori clinici per studiarla nelle persone.”

Traduzione di un articolo di Scientific American

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