By: Guido Long

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A Febbraio dell’anno prossimo si terrà, a cura di organizzazioni della società civile, una Conferenza Nazionale sulla riforma della normativa antidroga al fine di opporsi ai danni provocati in Italia da 30 anni di proibizionismo e una politica sulla droga di carattere punitivo. L’incontro avrà luogo a 10 anni dall’ultima Conferenza Nazionale organizzata dal governo, nonostante il chiaro requisito legale di organizzare una Conferenza sul tema della normativa antidroga ogni tre anni.

L’appello all’obbedienza civile

La Conferenza Nazionale autoconvocata del 2020, che si terrà presso la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, viene descritta come un atto di “obbedienza civile” dai suoi organizzatori, i quali sono allarmati dal fatto che il governo italiano abbia trascurato il proprio dovere di occuparsi di politiche sulla droga e i suoi impatti, come previsto dall’articolo 1, comma 15 della legge 309/90 della Costituzione Italiana.

La Conferenza Nazionale ha l’obiettivo di riunire politici, esperti di droga e leggi sulla droga, associazioni della società civile e altre organizzazioni non governative per valutare la vigente normativa antidroga ed esaminare la sua efficacia in termini di obiettivi, metodi e strategie prestabiliti. Inoltre, la Conferenza dovrebbe servire a giudicare eventuali conseguenze negative – le quali, con riferimento al proibizionismo delle droghe, sono state numerose e oltraggiose in natura in tutto il mondo.

Tuttavia, ciò che inizialmente poteva essere considerata una mancanza di debita diligenza da parte del governo italiano, è ormai diventata una vera e propria violazione della legge, che ha dato luogo a una paralisi sia del dibattito pubblico riguardo alle droghe, sia delle politiche e leggi nazionali sulla droga. Senza Conferenze Nazionali regolari, il dibattito sulla politica antidroga a livello governativo e pubblico è scemato, rendendo così gli studi di impatto e valutazione molto più difficili da eseguire e appurare. Appare evidente come ciò rappresenti una limitazione significativa che ostacola il miglioramento e la riforma delle politiche sulla droga.

Stasi della politica in materia di droga

L’ultima Conferenza Nazionale, indetta a Trieste nel 2009, fu di scarsa rilevanza per molte organizzazioni della società civile, reputata non pertinente ai problemi più urgenti riguardo l’impatto della “war on drugs” (“guerra alle droghe”) in Italia. L’ultima conferenza di una certa importanza, almeno per quanto riguarda le riforme proposte e la ricchezza di dibattito, si è tenuta a Genova nel 2000.

La Conferenza di Genova ha contribuito al dibattito con un’attiva spinta anti-proibizionista, con proposte da parte di organizzazioni della società civile e persino alcuni membri del governo che variarono dalla decriminalizzazione del consumo di tutte le droghe fino all’introduzione di trattamenti assistiti con eroina (‘heroin-assisted treatment’, o ‘HAT’) e alla legalizzazione della cannabis. Ma dopo Genova – con una dichiarazione di mancato accordo sulla questione dell’allora Primo Ministro italiano – il dibattito pubblico ha subito una battuta d’arresto.

Da allora sono state tenute soltanto altre due conferenze, entrambe imperniate attorno alle misure previste nella legge Fini-Giovanardi (49/2006), la normativa tristemente nota e criticata per essere altamente repressiva nei confronti di persone che usano droghe (‘PUD’) e per aver contribuito significativamente al sovraffollamento delle prigioni in Italia. 

La legge 49/2006, infatti, abolì la distinzione fra droghe ‘pesanti’ e ‘leggere’ (con la cannabis eguagliata a cocaina e eroina seguì un notevole aumento in arresti) e introdusse “una soglia quantitativa per distinguere in modo efficace tra il consumo e il traffico illegale” (sebbene il possesso di droga fosse decriminalizzato sulla carta, i limiti concreti erano irrisori: 0,5 g per la cannabis; 0,25 g per l’eroina; 0,75 g per la cocaina). Inoltre, la legge reintrodusse le sanzioni amministrative per uso personale, come la sospensione del passaporto e/o della patente di guida, ma per periodi più lunghi e in aggiunta a, anzichè al posto di, altre pene come la custodia cautelare e i lavori socialmente utili.

In breve, la legge fu analogamente brutale verso i consumatori di droga e gli spacciatori di strada. Ha generato un aumento senza precedenti del tasso d’incarcerazione, specialmente per reati non violenti. Ha sprecato infinite risorse di tribunali, polizia e sistema penale, concentrandosi su reati minori e senza impattare in alcun modo significativo il mercato illecito.

Pugno di ferro contro la criminalità 

La conferenza tenuta a Palermo nel 2005 fu indetta per trovare supporto per la legge Fini-Giovanardi, che venne poi introdotta l’anno successivo. La conferenza del 2009 fu convocata a Trieste a pochi anni dall’entrata in vigore della legge per dimostrare che “funzionasse”.

Fu ritenuto necessario trovare legittimità per la nuova legge e i suoi metodi punitivi, ma anche per il nuovo governo: è da tenere presente, infatti, che una coalizione di partiti di destra/centrodestra vinse le elezioni appena l’anno precedente (2008). Mostrando un netto aumento, a partire dall’attivazione della legge proposta da due membri della loro coalizione, del numero di persone che usano droghe, spacciatori e trafficanti dietro le sbarre, il governo rese molto chiaro – echeggiando una narrativa di tipo statunitense – che erano loro il partito (o in questo caso la coalizione) intransigente nei confronti del crimine – “tough-on-crime”.

Per di più, le misure e le strategie illustrate alla Conferenza Nazionale a Trieste non sono mai state ratificate a livello regionale, il che significa che non sono mai tecnicamente entrate in vigore. Ciononostante, sono sempre state rinnovate da allora a prescindere dalle conseguenze dannose che hanno provocato; la loro legittimità messa in dubbio soltanto da sostenitori di diritti civili e umani e da ONG.

Considerando inoltre il crescente numero di nazioni che sempre più mette in discussione l’efficacia del proibizionismo e spesso riesamina il proprio approccio alle droghe, l’immobilità italiana sulla questione sembra inespicabile e la continua, mancata convocazione della Conferenza Nazionale da parte del governo sempre più inaccettabile.

L’impatto della società civile: normativa antidroga

La società civile, tuttavia, è riuscita a volte a partecipare efficacemente nel processo politico. Ѐ sicuramente il caso, in Italia, per quanto riguarda i movimenti locali coinvolti nella valutazione degli impatti dannosi delle attuali misure antidroga.

La decima edizione del ‘Libro Bianco sulle Droghe’, per esempio, scritto e curato da Società della Ragione, Antigone, Forum Droghe e altre organizzazioni della società civile, ne è una dimostrazione.

Il Libro Bianco fa un resoconto dettagliato degli ultimi 30 anni di storia della legislazione italiana in matieria di droghe e delle Conferenze Nazionali passate, esaminando gli impatti sui sistemi giudiziario e penale, e presentando dati a sostengno delle proprie argomentazioni che mostrano i danni dell’approccio proibizionista italiano verso le droghe. Ad esempio, nel Libro viene illustrato come la sovrappopolazione nelle carceri italiane sia principalmente attribuibile a criminali non violenti, arrestati per reati connessi alla droga (35,21% della popolazione carceraria totale) e a tossicodipendenti (27.94%).

Nel corso dell’ultimo decennio si sono verificate alcune riforme positive – per merito della società civile piuttosto che dei governi succedutisi.

Nel 2014, dopo che accademici e difensori dei diritti civili sono ricorsi in appello alla Corte Costituzionale Italiana, la legge 49/2006 è stata dichiarata incostituzionale ed abrogata con successo.

Una scappatoia legislativa in una legge del 2016 riguardante la canapa industriale ha permesso la vendita della “cannabis leggera”: fiori di canapa con alti livelli di cannabidiolo (CBD, l’elemento non psicoattivo della cannabis) e bassi livelli di tetraidrocannabinolo (THC, l’elemento psicoattivo e illecito della cannabis). Questa liberalizzazione involontaria delle leggi sulla cannabis non ha fatto aumentare l’occorrenza di crimini (denunciati) ed ha prodotto una diminuzione complessiva della confisca di altre droghe (in particolare di hashish e marijuana con livelli più alti di THC), oltre a provocare una consistente perdita di reddito per la criminalità organizzata.

Infine, a ottobre e novembre 2019 il partito dei Radicali Italiani, insieme all’Associazione Luca Coscioni, “un’associazione no profit di promozione sociale” dedicata alla difesa dei diritti umani e civili, ha presentato una proposta di legge d’iniziativa popolare (68,000 firme) sulla legalizzazione della cannabis alla Camera dei Deputati.

Gli stessi si sono anche mobilitati a Roma davanti alla Camera e hanno presentato un appello con 25,000 firme a sostegno del progetto di legge d’iniziativa popolare “Legalizziamo”. Questa proposta legislativa deve ancora essere affrontata dal Parlamento; tuttavia, le procedure legali per far fronte alla legalizzazione della cannabis potrebbero finalmente riprendere l’anno prossimo, indotte, chissà, proprio dall’impeto della società civile.

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