By: Guido Long

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Dalla Jervolino-Vassalli alla “Cannabis Light”

Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, il 10% degli adulti italiani (età compresa fra i 15 e i 64 anni) ha riferito aver consumato cannabis nel 2017. Fra i giovani (tra i 15 e i 34 anni), oltre uno su cinque lo ha fatto. Siccome questi sono dati auto-segnalati, è probabile che il dato reale sia più alto. E chiunque frequenti giovani italiani può capire come la stima del 20% sia probabilmente conservativa. Negli anni 60 e 70, l’uso di cannabis fra i giovani è aumentato, e oggi è ancora relativamente alto. Come ovunque nel mondo, la cannabis è la droga illegale più usata.

Come nella maggior parte dei paesi, in Italia c’è stato un cambiamento repentino sul tema delle droghe in generale e della cannabis in particolare nel corso del ventesimo secolo. All’inizio del secolo, la canapa industriale non solo era comune e accettata, ma rappresentava una parte significativa della terra coltivata del paese.

Nel 1940, 90,000 ettari in Italia erano ancora dedicati alla coltivazione della canapa; più di quanto sia adesso coltivata in tutto il mondo. L’adozione della convenzione unica sugli stupefacenti e l’arrivo di tessuti sintetici dagli Stati Uniti (per esempio il nylon) hanno portato alla sua progressiva sparizione. Le leggi anti-droga che si sono succedute hanno contribuito a dimenticare questa risorsa naturale criminalizzando tutte le “droghe” insieme, con poca attenzione alle specificità di ognuna.

Le prime leggi proibizioniste sono apparse in Italia nel 1923, dopo la Convenzione internazionale dell’Aia, e negli anni la situazione è peggiorata, siccome l’approccio proibizionista guidato dagli USA ha cominciato a dominare l’ONU e quindi il mondo.

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