Di Marco Perduca
Un paio di settimana fa, l’Economist ha sorriso quando ha visto che in Italia e in Spagna, i due paesi al mondo maggiormente colpiti dal coronavirus dopo la Cina, il regime di lockdown non ha fatto chiudere i tabaccai. L’ironia del settimanale evidenzia però una misura di “buon senso”: nei momenti di stress aggiungere privazioni a privazioni sicuramente non aiuta a convivere con le enormi restrizioni di libertà di movimento e scelta.
Fumare è un’abitudine, sicuramente nociva, progressivamente scoraggiata da una serie di regole che ne limitano il consumo solo in certi ambienti, e ne vietano pubblicità e vendita ai minorenni.
I pacchetti di sigarette, tabacco o sigari presentano (ormai in quasi tutti i paesi del mondo) messaggi terrorizzanti circa la mortalità del prodotto – e indubbiamente fumare non fa bene alla salute, anzi! – malgrado ciò, oltre un miliardo di persone nel mondo fuma, il che porta a quasi 900.000 morti causate o connesse.
Ma allora, se è così pericoloso e così sconsigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, i cui dettami vengono applicati quasi alla lettera di questi tempi, perché i tabaccai restano aperti in un momento di grave crisi sanitaria?
Semplice, perché in un momento di stress aggiungere ulteriori privazioni a quelle imposte per legge andrebbe ad aggravare l’autocontenimento di scelte e abitudini individuali e collettive del “distanziamento sociale”, oltre che la tenuta psicologica messa a dura prova da radicali sconvolgimenti della quotidianità. Si tratta di un’oncia di buon senso in un mare di restrizioni non sempre imposte nel pieno rispetto delle libertà civili – o della legalità costituzionale.
Ma allora perché ritirare dal mercato i gratta e vinci, annullare il Lotto e far chiudere le slot machine? Si tratta di prodotti che si trovano dal tabaccaio… Tutti i vizi sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri? Perfino l’alcool, la droga di gran lunga più nociva a livello di società, viene discriminato in questo periodo di reclusione forzata, ma il tabacco no.
Storicamente la proibizione di determinati comportamenti è stata giustificata più da obiettivi di controllo sociale che di salute pubblica. Ora ci ritroviamo in una situazione di dichiarato controllo delle distanze tra persone per preservare la salute pubblica, e un prodotto riconosciuto internazionalmente come nocivo viene ancora liberamente venduto – una contraddizione in termini che, implicitamente, ne riconosce l’importanza in un momento di difficoltà psico-fisica. Tra l’altro fumare al chiuso aggrava ulteriormente la pericolosità dell’atto…
La contraddizione si fa ancora maggiore se ampliamo il confronto tra ciò che è consentito e cosa no includendo anche le sostanze “stupefacenti” proibite e in particolare la cannabis. Pochi lo ricordano, ma durante i campionati europei di Calcio in Portogallo, il governo bandì gli alcolici negli stadi ma tollerò le canne perché ritenute, giustamente, rilassanti e non eccitanti. Oggi, ci troviamo in una situazione simile a una curva da stadio sotto stress per una partita che non si sa se, come e – soprattutto – quando vinceremo.
La maggior parte di chi fa uso di stupefacenti non ha, per vari motivi di cui parleremo in un’altra occasione, ripercussioni gravi per sé o per gli altri. Certo, c’è una minoranza che ne fa un uso problematico, ma generalmente si tratta di una convivenza pacifica con piante e sostanze di vario genere e, purtroppo, provenienza – l’origine non è controllata né controllabile perché il produttore e il distributore sono illegali e criminali.
Se oggi pare impossibile anche solo chiedere la legalizzazione della cannabis, in un prossimo provvedimento non sarebbe azzardato trasferire in forme di tolleranza attiva quando stabilito dalle sezioni unite penali della Corte di Cassazione relativamente alla produzione domestica di piante di cannabis per uso personale, in modo da ovviare alle privazioni imposte dal lockdown e andare incontro alle necessità di rilassamento per bilanciare lo stress di questi giorni.
Più in generale, in tempi in cui una comunicazione istituzionale può fare la differenza in termini anche psicologici, se piuttosto che insistere con proibizioni o scoraggiamenti si tentasse di aiutare tutti a convivere con le proprie abitudini, finché non danneggiano gli altri, cercando di minimizzare i rischi e consentire scelte informate che possano ridurre i danni, forse la letalità di certe scelte potrebbe diminuire (in tempi di pandemia così come in tempi normali).
Se niente sarà più come prima, quello dei divieti arbitrari potrebbe essere un primo campo di prova del “nuovo necessario”.


