By: Guido Long

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I servizi di riduzione del danno possono aiutare

Svitlana Moroz ha iniziato a iniettare oppio a 16 anni in Ucraina. Si è presto abituata a farsi deridere e aggredire da poliziotti o dai loro amici. La loro attitudine, ricorda, era “sei una donna che fa uso di droghe, quindi possiamo usarti come vogliamo.” A 19 anni ha ricevuto una doppia diagnosi: incinta e positiva all’HIV. Per paura di far male a suo figlio, ha deciso di abbandonare la droga, ma di farlo da sola. Se avesse cercato terapie avrebbe dovuto registrarsi come consumatrice di droghe presso lo stato. Il che avrebbe comportato tentativi da parte dei medici di farla abortire o, più tardi, minacce di perdere i suoi diritti di genitore: l’abuso di droga è motivo sufficiente. Se questo fosse accaduto, avrebbe avuto bisogno di prove di stabilità materna – un reddito, una residenza – per riottenere suo figlio. Ma una designazione di utilizzatore di droghe spaventa i datori di lavoro.

Questi cicli sono diffusi in larga parte dell’est Europa, culturalmente conservatore, dove l’uso di droghe è alto e le punizioni sono severe. Creata nell’Unione Sovietica e conosciuta oggi in Russia come “intolleranza sociale”, l’approccio standard della regione è quello di rendere le vite dei consumatori di droga pessime così smetteranno. L’Europa occidentale, invece, ha ereditato un’altra strategia dalla Svizzera negli anni 80 e altri paesi. La “riduzione del danno” incoraggia le persone a fronteggiare le proprie dipendenze gradualmente con il supporto invece che con la punizione. Sulla carta, lo stile occidentale ha guadagnato terreno. Nel 2019 tutti i paesi dell’Europa orientale tranne la Russia avevano una qualche sorta di impegno verso la riduzione del danno (anche se l’implementazione non è uniforme). Quasi nessuna si concentrava sui problemi delle consumatrici di droga; anche a livello globale, solo il 2% delle risoluzioni adottate dalle Commissione ONU sulle droghe in un periodo di nove anni (2019-18) lo ha fatto. Eppure le donne spesso soffrono maggiormente.

Oltre un terzo delle donne con dipendenza da oppiacei in Ucraina dicono di essere state minacciate di violenza dalla polizia; il 13% riporta stupri da parte della polizia. A San Pietroburgo, l’81% delle donne positive all’HIV che iniettano droghe dice di aver sofferto violenza per mano del partner. Ma i rifugi per la violenza domestica della regione spesso rifiutano donne che abusano di droghe o alcool.

Per peggiorare la situazione, l’est Europa con l’Asia centrale ha l’epidemia di HIV in maggiore crescita al mondo. Non sorprende, quindi, che l’Ucraina, dove c’è la peggiore crisi di HIV dopo la Russia, abbia reso illegale mettere qualcuno a rischio di HIV sapendo di farlo. La regola dovrebbe ridurre il tasso d’infezione, ma serve anche come scusa per punire chi è positivo all’HIV, specie le donne. Dal 2015 al 2018 sono state condannate solo donne. E a fine 2018, un giudice ha usato questa legge per dare cinque anni di carcere a una donna che aveva morso qualcuno. Questa durezza riflette gli stereotipi culturali, secondo Maria Plotko dell’Eurasian Harm Reduction Association di Vilnius: un uomo può “bere molto” ma una donna è “prima di tutto una madre e le madri non possono usare droghe.”

Lo stigma aiuta a spiegare perché le donne faticano ad ottenere cure. Alcune non vogliono farsi vedere in centri di cura o esservi molestate dai tossicodipendenti uomini; altre non hanno assistenza per i bambini. In Ucraina, circa il 17% dei centri per la riduzione del danno non ha mai avuto una paziente donna. Le consumatrici incinte potrebbero soffrire più di tutte. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda che proteggano sé stesse e i loro bambini seguendo la terapia di sostituzione dell’oppio, un processo per ridurre l’uso di droghe da iniezione con pasticche fornite in dosi attente. La Russia vieta la terapia, quindi alle sue consumatrici di droghe che rimangono incinte viene semplicemente detto di smettere di punto in bianco o di provare cure non sperimentate come la medicazione antipsicotica o la religione.

I sostenitori della riduzione del danno hanno cercato di aiutare. Gli attivisti ucraini stanno spingendo per abrogare la parte del codice della famiglia che priva i consumatori di droghe dei diritti genitoriali. In Ungheria Chicks Day, un servizio settimanale di scambio di siringhe ed aghi, fornisce materiale pulito. Tali servizi sono importanti per le consumatrici, che sono spesso “seconde sull’ago” dopo che l’hanno usato gli uomini.

La maggior parte dei presagi, però, è pessima. L’anno scorso il presidente russo Vladimir Putin ha voluto punizioni più severe che chi diffonde “propaganda delle droghe”, o qualunque informazione che “incoraggia” l’uso di droghe, il che include le ONG che si occupano di riduzione del danno. Anya Sarang, presidente della Andrey Rylkov Foundation a Mosca, si è rassegnata a rimuovere parte del materiale più controverso dal sito della sua organizzazione per non rischiare la bancarotta derivante da multe che non si può permettere. La Bulgaria ha temporaneamente fermato i suoi programmi di siringhe ed aghi sicuri dopo che il Global Fund, una ONG che si occupa di salute, ha ritirato i finanziamenti. Gli attivisti temono che lo stesso potrebbe succedere presto in Ucraina.

12 anni dopo aver iniziato il recupero, Svitlana Moroz, adesso un’attivista per i diritti umani e madre di due figli, ha ricominciato a usare droghe, anche se adesso si tratta di cannabis e pasticche, piuttosto che quelle da iniezione. La ricaduta è stata dovuta alla disperazione da guerra in Ucraina, che ha reso lei sfollata e suo marito prigioniero. Le consumatrici di droga stanno ancora lottando per diventare qualcos’altro.

Traduzione di un articolo di The Economist

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