By: admindunp

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Malgrado in giro per il mondo le leggi sulla produzione della cosiddetta “canapa industriale” stiano rilassandosi recuperando il buon senso che regnava sovrano fino a tutti gli anni Cinquanta, le istituzioni europee stanno pensando di complicare questo progresso con decisioni poco sagge all’interno della direttiva sui cosiddetti “novel food”.

Per novel food (nuovo alimento) s’intende un alimento che non era in uso per l’alimentazione umana in quantità significative prima del 15 maggio 1997, quando entrò in vigore il primo regolamento europeo sui nuovi alimenti. I “nuovi alimenti” posson esser innovativi, di nuova concezione, oppure prodotti utilizzando nuove tecnologie e processi di produzione, nonché alimenti che sono, o sono stati, tradizionalmente consumati al di fuori dell’UE.

Devono essere:

  • Sicuri per i consumatori;
  • Etichettati correttamente, in modo da non fuorviarli;
  • Se il nuovo alimento è destinato a sostituirne un altro non deve differire in modo tale che il consumo del nuovo risulti nutrizionalmente svantaggioso per il consumatore.

Per la “pre-immissione” in commercio dei nuovi alimenti è necessaria una valutazione in linea con i principi di cui sopra. La canapa sarebbe una re-immissione sul mercato.

Per essere considerate legale, e quindi poter anche ricevere sussidi agricoli dell’UE, la canapa e le sue piante devono possedere meno dello 0,2 percento di THC – l’ingrediente psicoattivo tetraidrocannabinolo. La scienza ci dice che si tratta di piante che contengono centinaia di principi attivi, tra questi il CBD, cannabidiolo, non considerato psicoattivo dalle regole internazionali, e sono regolamentate in modo meno chiaro, e sicuramente non omogeneo, nei vari Stati Membri.

Da qualche anno in giro per il mondo ci si è finalmente ricordati che la canapa offre anche diverse opportunità di elaborazioni che possono (devono?) rientrare nella direttiva “novel food”: i gambi vengono utilizzati per la produzione di fibre, i semi per alimenti, mangimi e olii, foglie per cosmetici e integratori alimentari e la parte più redditizia – i fiori – che possono produrre CBD per estratti utilizzati in integratori per la salute e aromi per alimenti e bevande. Per non parlare dei possibili impieghi terapeutici.

Malgrado importanti modifiche legislative occorse negli ultimi 10 anni a livello nazionale, la Commissione europea sta valutando l’idea di ritenere questi prodotti alimentari ma che, se contenenti CBD e/o derivati provenienti dalla parte superiore della pianta, da escludere dal regolamento sui nuovi alimenti. Il motivo di questa esclusione sono le tabelle delle Convenzioni ONU in materia di sostanze stupefacenti che includono la cannabis tra le piante più pericolose e che, malgrado il CBD non sia sotto controllo internazionale, devono quindi sottostare alle ferree misure globali per evitare che vengano usate per fini non medici o scientifici.

Ma proprio la resa significativamente superiore dei fiori è rispetto all’uso del resto della pianta ha fatto lanciare l’allarme dalle associazioni di coltivatori della canapa che ritengono che il loro modello di business non sarebbe sostenibile. Infatti, se questa proposta di regolamentazione dovesse divenire definitiva, si verrebbero a creare enormi problemi a livello nazionale specie in quei paesi che hanno regole in continua evoluzione per prodotti a base di cannabis ponendo ostacoli irragionevoli a chi già è nel settore con investimenti sostanziosi. Si tratterebbe di notevoli passi indietro dal punto di vista della certezza del diritto e delle opportunità economiche.

Tra gli scettici si segnala in particolare la Francia che si oppone alla possibilità di includere il CBD prodotto dai fiori tra i nuovi alimenti appellandosi in particolare alla Convenzione internazionale del 1961- E’ vero che all’inizio di dicembre la Commissione ONU sulle droghe dovrebbe votare una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che suggerisce il rilassamento delle restrizioni di produzione e accesso alla cannabis, ma fino ad allora, o a quando non cambieranno le norme globali, per il diritto internazionale la pianta resta una pericolosa fonte di sostanze psicoattive.

Per molti anni la PAC, politica agricola comune,dell’Unione Europa ha mantenuto una mancanza di chiarezza per comunque consentire che il settore della canapa venisse finanziato; questa zona grigia ha consentito all’industria della canapa di resistere in vario modo fino al 1999 quando venne introdotta la soglia dello 0,2 percento relativa al THC.

A questi problemi si aggiunge il modo con cui sono stati regolamentati, come sempre in ordine sparso quando non si tratta di una competenza europea, i prodotti di canapa venduti come alimenti o la cosiddetta cannabis terapeutica.

Negli ultimi cinque anni In tutta Europa sono apparsi come funghi negozi con le foglie di cannabis in bella vista sulle vetrine che, tra le altre cose, vendono fiori di canapa (quella che viene generalmente chiamata “cannabis light”) e prodotti con estratti da cannabis; anche se non sempre le legislazioni sono chiare, generalmente si impone che i limiti di THC rientrino nelle percentuali minime dello 0,2% e che chiaramente venga esplicitato che i prodotti non sono destinati al consumo.

Già nel dicembre 1997 il comitato permanente dell’UE per i prodotti alimentari aveva stabilito che i fiori di canapa dovevano esser considerati ingredienti alimentari e che “gli alimenti contenenti parti della pianta non rientravano nell’ambito di applicazione del regolamento nuovi alimenti”. Quella esclusione di oltre 20 anni fa aveva aperto la strada a una sorta di mini boom della canapa “industriale” che recentemente in Europa ha raggiunto l’impennata degli Stati Uniti dove, dal 2014 è in vigore una legge sull’agricoltura che ha posto fine al divieto della coltivazione della canapa. Secondo i dati del settore, tra il 2011 e il 2018 la quantità di terra coltivata in Europa per la canapa è aumentata da 8.000 a 50.000 ettari.

Il problema della mancanza di una regolamentazione chiara sull’origine del principio attivo dei prodotti che possono contenere diversi livelli di cannabinoidi, in particolare CBD, pone problemi in merito alla chiarezza dell’etichettatura obbligatoria. Politico.eu segnala che in Francia la confusione sulla legalità dei prodotti a base di cannabis ha costretto la chiusura dei negozi che vendevano CBD e, allo stesso tempo, la perdita delle licenze dei coltivatori di canapa nel Regno Unito – in attesa della versione finale della Brexit. Nel tentativo di chiarire lo status giuridico di tali prodotti, l’anno scorso la Commissione ha invitato le aziende a presentare domande per prodotti CBD per ottenere l’approvazione ai sensi della legislazione sui nuovi alimenti e in moltissimi hanno risposto.

A luglio di quest’anno però la Commissione ha emesso una pronuncia pregiudiziale secondo cui il CBD non era da ritenersi un ingrediente alimentare bensì un narcotico se estratto dalle “sommità fiorite o fruttifere” delle piante di canapa. La decisione finale è prevista per la fine dell’anno, ma se la decisione finale dovesse limitare, cioè proibire, l’uso della parte superiore della pianta sarebbe un duro colpo al modello di business “pianta intera” dei coltivatori di canapa che ha rappresentato la chiave di volta per il successo del settore. Tra i paesi che già non prevedono questo modello ci sono la Francia e il Regno Unito.

La Commissione sta valutando soluzioni di compromesso per non andar contro Parigi e consentire l’estrazione del CBD da altre parti della pianta, tipo le foglie non accompagnate dalle cime o i semi, lasciando agli stati il compito di garantire la corretta applicazione della direttiva.

Se la Commissione deciderà di non tener conto delle preoccupazioni dei rappresentanti del settore, oltre che di un minimo di evidenze scientifiche e buone pratiche a stelle e strisce (ma anche di altrove) si potrebbero creare le condizioni per uno spostamento di investimenti là dove queste restrizioni non esistono, a partire da Regno Unito e Svizzera. 

Tenuto di conto che l’Europa è stato tradizionalmente luogo di produzione di canapa, o comunque la vogliamo chiamare, questa normazione attraverso la categoria del “novel food” non solo sarebbe anti-storica ma anche fortemente anti-economica. E di questi tempi è un lusso che nessuno si può permettere.

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